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Racconti - La Ghescia



Una rimostranza come educazione

 

LA GHESCIA

 

Quando gli anziani vegliavano sulla piazza

 

<<Gna la digu a babbu toiu>>. Una frase “minacciosa”che sentivamo spesso quando eravamo adolescenti, che rimbomba ancora oggi nella mia mente, a distanza d’anni. Gli anziani del paese quest’avvertimento lo brandivano costantemente, come una “spada di Damocle” sulla nostra testa. Un avvertimento e un richiamo allo stesso tempo, utile a farci capire che a loro non sfuggiva niente. Esisteva un cerchio di conoscenze intorno a noi, sempre vigile e dal quale era difficile sfuggire, perché le marachelle che molto spesso combinavamo, avvenivano sotto gli occhi attenti di qualche anziano, che puntualmente le riportava ai nostri genitori. <<Grazie cumpà stasera li pidda!   Mai che un genitore mettesse minimamente in dubbio la parola riferita. Il frangente, oltretutto, era un momento idoneo sia a rinsaldare una reciproca stima e solidarietà tra compaesani, che a essere compatti per farci rigar dritti e insegnarci la buona educazione.

Trinità anni 60 2

Così all’imbrunire o al tocco della campana dell’avemaria, si tornava a casa col cuore in gola e angosciati: << Chi sa si ziu. arà fattu l’ambasciata a babbu, speru chi sinni sia smintigatu!>>. Tanta era la consuetudine alla paternale quotidiana da parte dei più anziani, che ogni tanto qualche monelleria era scordata, permettendoci di farla franca. Comunque l’unico modo per costatarlo era quella della prova “cinghia”. Una volta varcato l’uscio di casa ci rendevamo immediatamente conto, dalla reazione dei genitori, se il “piccione viaggiatore” avesse fatto o no la sua consegna. Quando si era coscienti d’essere in fallo, man mano che ci si avvicinava a casa, i battiti cardiaci aumentavano a dismisura, perché le previsioni non erano molto propizie. Purtroppo, come previsto, appena messo il piede in casa, il genitore si premuniva di chiudere innanzi tutto la porta, dando seguito a una punizione immediata, a base appunto di colpi di cinghia e sculaccioni, accompagnati da frasi di rito tipo: <<Cumpari .. ma dittu chi hai fattu chistu e chist’altu, insembi a tiziu e caiu>>. Intuita la mala parata, alcune volte rimaneva lo spazio per inscenare un accorato tentativo di difesa, che era solitamente accompagnato da un pianto strategico, nell’intento di commuovere, per evitare o attutire i colpi più pesanti. Le accuse erano di solito circostanziate e schiaccianti, le prove erano avallate dai molti testimoni presenti, raramente se ne trovava uno a favore, se non qualche amico di giochi che aveva partecipato attivamente alla marachella, testimone inattendibile perché parte in causa, direbbero oggi i giudici del tribunale. A dire il vero, ogni tanto succedeva d’essere incolpati ingiustamente. Mi è capitato che alcune volte, tornando a casa spensierato e fischiettante e avendo la coscienza a posto, di prenderle ugualmente a causa di una “falsa testimonianza”. In questi casi la difesa si faceva più accorata e ferma, nonostante il contradditorio, a quei tempi, non fosse ben accetto, perché il genitore si fidava ciecamente delle persone adulte, che andavano rispettate comunque, e che se sbagliavano lo facevano in buona fede.

Trinità anni 60 1

Iniziare una requisitoria difensiva, il più delle volte, rischiava di peggiorare la situazione, perché guai mettere in dubbio la parola di una persona, molto più vecchia di noi. Oltretutto la condanna era eseguita “ con procedura d’urgenza”, al malcapitato non rimaneva altro che accettare la punizione in silenzio. L’unica concessione che era fatta dal genitore al figlio, una volta resosi conto dell’errore, era una frase tipica in quei frangenti:<< Ti servirà come acconto per le prossime birichinate>>, oppure << Prendila come una punizione, per le volte che non ti ho scoperto>>. E sì. Ai nostri tempi era molto difficile farla franca. A scuola alle maestre era rilasciato il “ patentino “ dai nostri genitori, per “sussarci” senza remore all’occorrenza. Il tribunale del bambino o il telefono azzurro, avrebbero chiuso i battenti subito, per mancanza di lavoro. Mi ricordo un episodio particolare che ha lasciato strascichi d’antipatia, ancora oggi. I miei per qualche anno affittarono una camera a un maestro più manesco di altri- in quei tempi a scuola erano d’uso comune, le punizioni corporali. A scuola i bambini non lo temevano tanto per questo, ormai vi avevano fatto il callo, ma per l’abitudine a sequestrare qualsiasi cosa si portasse in classe, che non fosse inerente alla lezione. Noi allora portavamo in tasca di tutto, dall’immancabile temperino, alla trottola, alle figurine e la fionda che “ poteva essere sempre utile” e perfino qualche lucertola o “ziribilcu”. Immaginate quindi con quale bottino tornasse a casa nostra, tutti i giorni dopo la lezione. D’accordo con i miei compagni di scuola, decisi di fare un “esproprio proletario”, per ritornare loro il “ maltolto”. Da parecchio tempo controllavo i movimenti dell’insegnante, per capire dove potesse nascondere la “refurtiva”.Un giorno presi il coraggio a due mani, ed entrai nella camera del nostro pensionante, <<In fondo lui era solo ospite e quella era casa mia>>, pensai, e asportai dal cassetto della sua scrivania, tutto quel ben di Dio, estorto agli alunni. In quel nascondiglio c’era di tutto: la gran quantità di merce era costituita soprattutto da centinaia di palline di vetro colorate, che usavamo nell’ora di ricreazione per “tenerci in allenamento” a tusciu e pola.

tusciu e pola

Ancora oggi riconosco d’averla fatta grossa, e i fatti che accaddero dopo, me ne fecero rendere conto molto bene, perché le penali da pagare furono talmente pesanti, che mi convinsero di non riprovarci mai più. Il momento di gloria vissuto durante la consegna dei “beni” ai miei amici, durò un attimo, la pena corporale e psicologica molto di più.

 

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