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Racconti - La Carrera

 

 

Una comunità all’interno di una più grande

LA CARRERA

Verso sera era norma incontrarsi nel vicinato


La zuppa è pronta

Cummà mi sogu smintigata di punì a palti la matriga di lu mizuratu, no è chi vinnè avvanzata un pogu? >>. Frasi di richiesta, tipo questa, risuonavano frequentemente alcuni anni fa, tra vicinanti, nei nostri paesi. La “carrera” era una porzione del comune autosufficiente, che riusciva ad autogestirsi in tutti i settori: da quello economico, culturale e anche amministrativo. Una piccola Comunità, come sono chiamate oggi, all’interno di una più grande e alla quale ci si rivolgeva, solamente in casi estremi. Ogni zona era provvista di calzolai, empori, verdurai, pescivendoli che si prendeva cura innanzi tutto del vicinato. Dove non arrivavano, loro con le mercanzie sopraggiungevano gli ambulanti degli altri paesi che, giravano casa per casa, dove erano conosciuti e quasi di famiglia. Come non ricordare le urla tipiche di li Indioli: << ciughedda…, chiughedda minuta… oppure << ozu…. Ozu ulmanu>>. Non mancavano gli artigiani che riparavano gli ombrelli o le sedie di raffia e le suppellettili di rame.  Un servizio dettato dalle esigenze del momento, un esempio moderno che si sposa benissimo con la frase comune nel modo pubblicitario di oggi: direttamente dal produttore al consumatore. Mio padre, ormai in pensione, dopo aver militato nei carabinieri e partecipato alle due guerre, era il ciabattino della zona, zio Giovanni Maria Terzitta vendeva il pesce, che acquistava dai ponzesi all’isola rossa, come non ricordare poi la lattuga di ziu Larenzu e ziu Luiginu, la bruttea di ziu Cicciu Cucciaria che vendeva di tutto e di più, da non far mancare niente al suo vicinato.  Un amalgama di persone e famiglie differenti che coesistevano in armonia come fosse una famiglia unica. <<Cumpà cosa feti stasera, vinni initi a fa quattru ciarri>>. Preghiera di rito cha scandiva e segnavano il rapporto cordiale, quasi familiare, esistente nel vicinato. Così verso sera, soprattutto d’estate, era norma che le famiglie se incontrassero e si scambiassero visite di cortesia reciproca. I genitori intavolavano discussioni circa le problematiche esistenti di quei tempi, mentre noi bambini, sempre sotto l’occhio vigile dei grandi, organizzavamo giochi vari, passando delle bellissime serate in allegria. La sera all’imbrunire il gioco che andava alla grande era: “ronda”.

Matrimonio in carrera

Una gara dove il possessore di una cinghia, sillabava delle parole alle quali a turno noi ragazzi doveva rispondere. A chi indovinava la parola, era concessa la cinghia e il diritto di scudisciare i compagni, che non avevano risposto, che scappavano per paura dei colpi. Stava alla facoltà del possessore momentaneo della cinghia poi, bloccare il gioco in ogni momento, urlando la parola fatidica: rondaaaa…, quando le cose degeneravano. Il gioco era poi riavviato nuovamente con altri quesiti e durava fino a che i nostri genitori, non ci chiamavano per rientrare. Questi erano situazioni che appartenevano alla quotidianità, mentre non mancavano incontri e giochi legati a periodi particolari dell’anno.

Scuola di cucito

Li “fugaroni” erano una tipica manifestazione di “Carrera”, che si svolgeva nel giorno di S. Giovanni e, “Fogu”, così chiamata perché il giorno, in onore del Santo, era festeggiato con grandi falò in ogni contrada. Questi frangenti erano utili, oltre a solennizzare l’evento in allegria, anche per misurarsi e dare mostra di se, per la bravura nel preparare i falò. Noi ragazzi facevano a gara per superare gli altri del rione vicino, in quanto a bellezza e altezza delle fiamme. L’ennesima occasione anche questa, utile a fraternizzare e compattare antiche amicizie che erano consolidate dal fatidico salto in mezzo alle fiamme al grido di rito:<< cumpari e cummari semmu di Santu Juanni e Fogu, zi brinchemmu in chiddu fogu e cummari e cumpari ambaremmu>>.
Particolari erano i matrimoni che si svolgevano, lungo la via dove abitava uno degli sposi. Comunemente gli invitati a questi matrimoni, superavano le diverse centinaia e quindi, visto l’inesistenza dei piatti di plastica, era necessario l’intervento solidale delle diverse famiglie del vicinato, che contribuivano attivamente, prestando materialmente le suppellettili necessarie, ai familiari degli sposi. Ricordo che l’artifizio per rintracciare i proprietari di posate e pentole, una volta finita la cerimonia del pranzo, consisteva nel marcarli con degli smalti colorati, in modo che ogni colore di riferimento servisse, una volta compilata una leggenda a parte, a rintracciare la famiglia che le aveva prestate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si, la carrera era un luogo dove erano affrontati, indistintamente, gioie e dolori in comunione tra vicinanti. Gli scambi oltre morali erano molto spesso integrati da quelli materiali e tutti in caso di necessità, offrivano quello che potevano. Il buon cuore innanzi tutto, un esempio disinteressato di solidarietà, auspicabile di questi tempi.

 

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