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Racconti - Frutta Acerba

 

Un desiderio proibito


FRUTTA ACERBA


Veri espropri guardati con simpatia


Si dice comunemente, che i giovani d’oggi abbiano tutto. Non gli manca proprio niente. Se questo sia un male o un bene non sta a me dirlo, saranno i posteri a costatarlo. Di una cosa sono comunque certo, la nostra infanzia e trascorsa spensierata e tranquilla pur avendo poco e niente. Eravamo, di solito, costretti a dare sfogo alla nostra fantasia, per inventare e costruire giochi e giocatoli che, altrimenti non avremmo mai avuto. Si viveva spensieratamente lo stesso accontentandosi. A casa c’era il cibo sufficiente per tirare avanti con dignità e decoro, certamente i pasti luculliani erano rari e per pochi, eccetto alle feste comandate, dove si potevano fare delle’eccezioni, cucinando “perfino” la carne. Il pasto quotidiano era composto di un piatto unico abbondante, che il più delle volte, se avanzava, era riscaldato la sera “ Lu Cugoni”. Erano momenti in cui, il secondo, il contorno e la frutta parevano merce rara.  Già la frutta... Il desiderio proibito di noi bambini e anche dei più grandi, ai quali mancava tanto. Gli unici fortunati, che in casa si potessero permettere questo lusso (se noi birbanti avessimo dato il tempo che maturasse) erano coloro che possedevano un pezzo di terreno dove oltre a poter coltivare orti e ad allevare bestiame, avevano piantato anche alberi da frutta.  Molto comuni erano le piante delle pere nostrane che una volta innestate sulla pianta “ di lu pirastru”, non necessitavano di cure particolari perche resistessero al caldo siccitoso del nostro clima. 

 BirbantiLa merce più rara era localizzata in posti ben precisi tipo: gli agrumi nella zona di “li Ziresi”, le ciliegie presso Lu Palu ( nome, riferito al palio che vi si svolgeva anticamente, nella zona dell’attuale palestra), L’oltu di ziu Franziscagnulu ( dove sorge l’attuale caserma dei carabinieri ),  le noci e le nespole nella zona di “La Sedda di La Mola”. Esse erano mercanzie speciali perfino in negozio, sia perche facilmente deteriorabili sia poiché non tutti potevano permettersene l’acquisto.  I giovani di tutti i tempi si sa, non amano rinunciare facilmente alle leccornie che madre natura propone e la frutta a quei tempi, specialmente quella più inconsueta nel nostro paese, erano viste come prelibatezze alla stessa stregua delle caramelline, che Rosina ci vendeva a pugni o del gelato di Tonino da cinque lire. Così era difficile per noi passare di giorno davanti ad un albero da cui pendevano quei frutti succosi e saporiti, senza desiderare un giorno di poterli gustare personalmente.  Erano sogni comuni di noi ragazzi, che non esitavamo a farli diventare realtà a qualunque costo. Scattava in quel  momento una molla che ci portava a compiere delle vere e proprie azioni che sconfinavano tra la goliardia e il “brigantaggio”. Si studiavano le strategie da usare insieme al proprio gruppo che era formato, di solito, in squadre spontanee secondo l’età e l’appartenenza al quartiere. Le postazioni da attaccare erano ben circoscritte e localizzate, la tattica era scelta, come fossimo in un vero campo di battaglia in base alla pendenza della proprietà, alle possibili e più agevoli vie di fuga, alla voluminosità della merce oltre alla “ferocia” del nemico (padrone del terreno) da affrontare. Riguardo a li “Ziresi”, vista la distanza dal paese, non vi erano problemi particolari per accedervi con tutta tranquillità. Li si poteva stare tranquillamente sotto gli alberi aspettando che, come recita un antico proverbio cinese, che i frutti ti cadessero in bocca dall’albero. Il problema era alzarsi finita la scorpacciata dei mandarini e delle arance.     Molto più complicato era l’assalto al podere di ziu Paltimanna,  temuto da tutti per la sua potente e minacciosa voce. Quando ci inseguiva le scarpe, quando c’erano, toccavano il fondo dei pantaloni  per la corsa e la paura. Nonostante tutto, difficilmente le minacce e li “Ghesci”, ci facevano desistere dal tornare “nel luogo del delitto” qualche giorno dopo.  Le strategie in campo sia del padrone che dei birbanti, erano molteplici. Simpatica ed efficace era quella di parlare dell’attacco in pubblico, soprattutto in presenza del padrone, per sviare l’appostamento del proprietario. Così zio Pietro convinto d’incastrarli si recava con anticipo sul posto, per sorprenderli in fragranti. Era gioco facile per la combriccola recarsi nell’altro albero ed agire indisturbati.  Queste furbate delle volte causavano delle situazioni curiose e buffe. Come quella volta che Tonino assieme ad un figlioccio di zio Pietro, pensando d’essere soli e indisturbati, salirono sull’albero con tranquillità. Mentre  s’arrampicava sull’albero Pinuccio, battezzato proprio da zio Pietro, gli cadde addosso svegliandolo dal suo momentaneo pisolino in mezzo al fieno. Egli, infatti, stufo delle prese in giro questa volta aveva preparato un piano che non avrebbe fallito, purtroppo dopo tanto aspettare si era appisolato, e se non si fosse rotto un ramo probabilmente i birbanti sarebbero tornati a casa col bottino sotto i suoi occhi.Salvattore AgostinoAntonio.

 Certamente mai avrebbe immaginato, che dopo averlo tenuto in braccio al battesimo tanti anni prima, di ritrovarselo ancora in grembo in quella maniera.  Purtroppo, sia perche più vicini al paese sia  per la bontà del frutto,  la clientela era assidua e numerosa, tanto che diventava, alcune volte, necessario staccare i numerini per far rispettare il turno alla fila che si formava. Se poi si metteva in conto l’idea che ognuno voleva anticipare l’altro, chi riusciva ad arrivare per primo, non esitava a mangiare, pur di non lasciarlo ad altri, il frutto ancora acerbo. Così accadeva alle nespole del nostro cortile, intorno al quale mio padre era arrivato, oltre ad alzare un muro altissimo anche a tappezzarlo di cocci di vetro.  Nonostante questo gli ammanchi erano gli stessi, anzi di più perché mio fratello più grande che ne era capobanda, faceva entrare la sua truppa gratuitamente da “ la JAGA”. Le mele di zio Sebastiano o quelle di ziu Austinu, inevitabilmente erano consumate anticipatamente. Il danno che si commetteva era duplice: oltre a compiere il furto nei confronti dei padroni del terreno, restava il rammarico di non essere riusciti a gustare il vero sapore di quel frutto.  Gli sventurati possidenti, infatti, nel lamentarsi in piazza con i nostri genitori ripetevano fino alla noia << alumanqu si l’ussiani magnata cotta>>!  L’unica loro consolazione era quando riuscivano a identificarci, per farci dare l’immancabile “sussa” quotidiana dai nostri genitori che su queste cose erano instancabili e sempre allenatissimi alla stessa stregua delle nostre terga. Ancora col bruciore del sedere e feriti nell’orgoglio, I ragazzi più “straderi” facevano scattare l’immancabile ritorsione nei confronti di quel “cattivo” che non aveva capito la loro goliardata, estirpandogli completamente l’orto o depredando tutti gli alberi, nei quali “generosamente” avevano lasciato il necessario, per il fabbisogno familiare. Diverse generazioni inventarono, inconsciamente, il cosiddetto esproprio proletario, diventato poi di moda negli anni sessanta-settanta, per giustificare delle vere e proprie ruberie. Contrariamente a quei ragazzi, che la facevano  quasi sempre franca, noi difficilmente sfuggivamo alle punizioni corporali. Quando la sera si tornava a casa fischiettando e con aria innocente, l’uccellino informatore era arrivato prima che noi rientrassimo

 

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